Hannah Arendt e Smemoria
- Roberto Gilardi

- 4 gen
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Cosa direbbe (impatto emotivo e razionale)
Ho provato un’inquietudine familiare. Non per ciò che accade, ma per ciò che potrebbe interrompersi: il pensiero. Mi sono riconosciuta nei passaggi in cui la paura tenta di delegare, di semplificare, di cancellare. Mi sono sentita distante quando il dolore chiede rifugio. Ma ho visto, con chiarezza, che qui il vero rischio non è soffrire: è smettere di giudicare, di scegliere, di restare presenti. Mi ha fatto pensare, ma non solo….
Perché lo direbbe (motivazione profonda)
Hannah Arendt leggerebbe Smemoria come una narrazione simbolica sul rapporto tra memoria, responsabilità e pensiero. Il suo sguardo non si soffermerebbe sul trauma in sé, ma su ciò che il trauma produce quando diventa criterio unico dell’agire: automatismo, difesa, rinuncia alla complessità.
La disturberebbe — e insieme la coinvolgerebbe — l’idea della cancellazione del ricordo, perché per Arendt il male più profondo non nasce dall’intensità del dolore, ma dall’assenza di pensiero. Smemoria mostra con chiarezza che il problema non è ricordare troppo, ma ricordare senza giudicare; non è la paura, ma la sua gestione burocratica, tecnica, delegata.
Si riconoscerebbe nel sospetto verso i “Saggi”, verso i linguaggi che parlano al posto della persona, offrendo spiegazioni totali che anestetizzano il conflitto interiore. Qui Arendt vedrebbe un’eco diretta della sua critica alla banalità del male: non l’orrore consapevole, ma l’abdicazione alla responsabilità del pensare.
Allo stesso tempo, prenderebbe le distanze da ogni soluzione consolatoria. Non le interesserebbe la guarigione come quiete, né la trasformazione come armonia finale. La colpirebbe invece il punto in cui il protagonista accetta la fatica del pensare come condizione dell’essere umano: rimanere esposti, vulnerabili, ma presenti.
Per Arendt, Smemoria non è un libro sulla memoria, ma sulla presenza. Sul coraggio di restare nel mondo senza rifugiarsi né nell’oblio né nel mito salvifico. Per questo lo leggerebbe come un testo scomodo, necessario, e politicamente — nel senso più alto — umano.
Per Hannah Arendt, le parole chiave di Smemoria — con il perché — potrebbero essere queste:
1. Pensiero
Per Arendt il pensiero non è introspezione né sapere specialistico, ma l’attività che impedisce all’essere umano di diventare automatico. In Smemoria il vero pericolo non è il trauma, ma il pensiero che si spegne sotto il peso della paura, delle procedure, delle risposte preconfezionate (Aletheion, i Saggi). Questo la colpirebbe profondamente.
2. Responsabilità
La possibilità di cancellare un ricordo mette in scena una domanda radicale: di cosa sono responsabile se non ricordo? Arendt vedrebbe qui una metafora potente della fuga dalla responsabilità individuale, non morale ma esistenziale: restare autori delle proprie scelte anche quando fanno male.
3. Giudizio
Il giudizio, per Arendt, nasce quando non esistono regole certe. In Smemoria non c’è una soluzione giusta, ma una continua esposizione al dilemma. Roberto non trova una verità ultima, ma è costretto a scegliere come stare con ciò che resta. Questo è puro esercizio del giudicare.
4. Banalità
La smobilitazione di Smemoria, i rituali svuotati, le parole che non toccano più terra, richiamano la banalità come perdita di profondità, non come male spettacolare. Arendt riconoscerebbe il pericolo di un sistema che funziona perfettamente mentre perde senso.
5. Presenza nel mondo
Arendt distingue tra vita interiore e vita activa. Smemoria non invita a fuggire dal mondo, ma a rientrarvi senza anestesia. Il protagonista non “guarisce”: torna. Questa è, per Arendt, la forma più alta di fedeltà all’umano.
Sintesi
Per Hannah Arendt, Smemoria parlerebbe del rischio più grande dell’uomo moderno: non il dolore, ma la rinuncia al pensiero e al giudizio in nome della sicurezza.
In conclusione
Se dovessi dirlo in modo netto:
Sì, il “Contraddittorio” è il cuore che più facilmente avrebbe affascinato Hannah Arendt — e non per un’affinità tematica superficiale, ma per una consonanza profonda di metodo e postura interiore.
Il Contraddittorio come spazio del pensare
Per Arendt, pensare non è arrivare a una risposta, ma abitare una domanda senza anestetizzarla. Il Contraddittorio in Smemoria non produce sintesi pacificanti, né verdetti morali: mette il soggetto in mezzo, esposto, costretto a stare tra posizioni inconciliabili. Questo è esattamente il luogo che Arendt considera vitale per il pensiero autentico.
Il “due-in-uno”
Arendt parla spesso del pensiero come dialogo interiore, il two-in-one:non una coscienza che giudica, ma una pluralità che interroga.
Nel Contraddittorio:
· nessuna voce è totalizzante
· nessuna istanza ha l’ultima parola
· il soggetto non viene assolto né condannato
Questo rispecchia il suo modo di intendere la responsabilità: non obbedire a un principio, ma rispondere a se stessi.
L’assenza di redenzione narrativa
Arendt diffida delle storie che “chiudono bene”. In Smemoria, proprio nel Contraddittorio, non c’è catarsi, non c’è pacificazione, non c’è salvezza. C’è esposizione, fragilità, pensiero che resta aperto.
Questo per lei non sarebbe un limite, ma un valore etico.
La responsabilità senza morale
Il Contraddittorio non dice:
“Questo è giusto / questo è sbagliato”
Dice piuttosto:
“Ora che vedi tutto questo, come puoi continuare a vivere con te stesso?”
È una domanda arendtiana fino al midollo.
Se volessimo condensarlo in una frase che lei non direbbe mai, ma che ne coglie lo spirito:


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