Red Wall & Stairs

46230: due bimbi lontani, anzi tre, 2014
Edizione Privata

Un delicato ed emozionante racconto. Lui Angelo, di nome e di fatto, Internato Militare Italiano in campo di prigionia. Lei Tina, mamma di due bimbi nella Milano del 1943, messa a ferro e fuoco. Venti mesi di viaggio e corrispondenza  dagli Stalag della Germania. Lettere di amore, valori, educazione. Nel mezzo un figlio che racconta, immagina, rivive.

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Capitolo 1

-Papà… mi racconti una storia ?-

-Adesso ? Non vedi che sono occupato ?-

-Dai… una storia… è tanto tempo che non me la racconti, non ci sei mai…-

Tardo pomeriggio. Il pavimento della cucina di piastrelle grigie quadrate a grana fine, alternate ad altre con riquadri più scuri, quasi neri. Il perimetro della stanza contenuto da una greca con disegni che ricordano parti del giglio fiorentino, i petali. Anni ’50, secolo scorso, fa venire la pelle d’oca solo a nominarlo. Cucina bianca all’americana, come si usa all’epoca, maniglie di metallo agli sportelli a forma di freccia schiacciata orizzontalmente.

Al centro della cucina un tavolo lungo e rettangolare, con ripiano in fòrmica color carta zucchero, anche lui a grana fine, verrebbe da dire con strani piccoli vermicelli che si intrecciano. Nell’angolo vicino alla finestra, incassato nel muro, un lavandino di ceramica bianca, vasca e scolatoio (che lusso), con mia madre intenta a lavare l’insalata o qualcos’altro.

Lo sguardo di mio papà è strano, si direbbe assorto da pensieri movimentati, quasi combattuto tra il continuare quanto sta facendo e il sedersi a perdere del tempo con me, per esaudire quella mia richiesta di elemosina. Ogni tanto si volta un poco in silenzio, così quasi per caso, per poi tornare a fissare quanto gli sta di fronte sul tavolo. Dilemmi da adulti.

Un bambino come me saprebbe bene cosa scegliere, figuriamoci. Cosa c’è di più importante del raccontare una storia, immaginare e fantasticare, sognare ad occhi aperti, ascoltare la voce del proprio papà che è anche bravo come narratore e interprete di personaggi scritti da altri. Tono, espressione, gesti, recitare sul palcoscenico è una sua passione, e per un bambino cosa c’è di meglio da desiderare ?

Chissà perché gli adulti sono sempre indaffarati, impegnati in altro. Per me fanno finta, sarebbero più sinceri nel dire “Guarda caro bambino, non ne ho voglia, ci sono cose più importanti di te e di quella storia che mi sono stancato di ripetere in continuazione”.

Avessero il coraggio di dirla, questa frase, e ne ascoltassero il peso, forse forse si accorgerebbero di qualcosa. O forse no, con gli adulti è meglio non essere troppo ottimisti, non si rendono conto delle scelte che fanno, quando preferiscono il calcetto al racconto di una storia. Chi siano poi i bambini... .... .... ... segue ...